HomeBlogAtlantide un mondo e una civiltà perduta (1/2)

Atlantide un mondo e una civiltà perduta (1/2)

Scritto il -   - startbyzero

Atlantide fa la sua apparizione in un testo di Platone (428-347 a.C.), descritta come una grande isola che esisteva 11.500 anni fa nell’Oceano Atlantico. Sede di una evoluta e ricca civiltà, secondo una ricostruzione che Platone attribuisce a dei sacerdoti egizi, combatté una guerra mortale con Atene. E successivamente venne sprofondata nell’Oceano dall’ira Di Zeus. Questa ipotetica civiltà scomparsa è stata utilizzata a più riprese, soprattutto in tempi moderni, come spunto per la formulazione di ogni tipo di teorie e speculazioni; ed è stata sfruttata come trama di numerosi romanzi e lungometraggi cinematografici. Alcuni ricercatori, non allineati alle teorie accettate, avanzano la convinzione che antiche civiltà siano realmente esistite in un passato preistorico, e che abbiano fatto da ponte di comunicazione tra i popoli mediterranei e quelli centroamericani.

Nonostante alcuni studi relativi alle formazioni geologiche del bacino Atlantico, osservazioni dei fossili e comparazione delle culture primitive, possano far nascere il sospetto di reali contatti tra le due sponde dell’Oceano, la concreta esistenza di vaste terre emerse in pieno Atlantico appare sempre più improbabile. Atlantide conserva quindi i connotati di una leggenda.

1) Platone e i suoi Dialoghi

Platone nasce ad Atene nel 428 a.C. circa, da famiglia nobile, e muore nel 347. Dedicatosi dapprima alla pittura e alla poesia, si distinguerà anche nella ginnastica (nasce infatti col nome Aristocle, poi soprannominato dal suo allenatore Platone, “Piattone”, per le sue spalle larghe). La sua vita subirà una svolta dall’incontro col grande filosofo Socrate, di cui sarà fedele discepolo per quasi un decennio, fino alla condanna a morte del maestro. Egli diventerà a sua volta uno dei principali filosofi di tutti i tempi. Tra i suoi scritti, raccolti dapprima dai suoi allievi, e organizzati in modo organico da Trasillo, ci sono pervenuti decine di Dialoghi, non tutti ritenuti autentici, in cui troviamo trascritte conversazioni tra Socrate e suoi concittadini. Non sappiamo se Socrate sapesse scrivere, ma non risulta che abbia mai realizzato alcun libro, preferendo trasmettere le sue idee con la parola. La grande importanza che viene riservata alla parola appare evidente anche nei Dialoghi, dove le storie sono riportate da Platone sotto forma di conversazione.

Platone

La costruzione di città utopiche, abitate da società perfette, è ricorrente nella Grecia del IV secolo a.C , e si tratta spesso di isole lontane, ricche, in cui vige preferibilmente un sistema di tipo socialista e autarchico, con suddivisione del lavoro e possesso comune dei beni. Si possono citare Teopompo (con le sue città Machìmos ed Eusebès, “degli uomini guerrieri” e “degli uomini pii”), Diodoro Siculo (che nelle sue opere riporta la Panchea narrata da Evemero di Messene, e l’isola immaginata da Iambulo), Luciano di Samosata (che tra le tante isole fa anche un viaggio immaginario sulla Luna, accorgendosi quanto appaiano piccole, da lassù, le miserie umane della sua Grecia), Antonio Diogene (i cui personaggi compiono viaggi in giro per il mondo fino alla mitica Tule, nome che indica un impreciso luogo al confine settentrionale dell’Europa).

Queste società immaginarie vengono sempre poste provvidenzialmente nei luoghi meno noti, situati ai confini del mondo e cioè anche della realtà, in cui le condizioni ambientali sono abbastanza ricche e i governanti abbastanza saggi e colti da costruire un mondo felice e stabile. Il termine utopia è composto dalle parole greche ou topos, nessun luogo, e si può far derivare dal saggio De Optimo reipublicae statu deque, di Thomas More (1478-1535, umanista e politico inglese, decapitato per non aver riconosciuto come capo della Chiesa anglicana Enrico VIII e aver rifiutato di approvare il suo divorzio), dove il suo stato perfetto, comunistico, tollerante verso la libertà religiosa, è una risposta alle contraddizioni del suo tempo e alle prime notizie che venivano dal Nuovo Mondo. Platone rende perfetta la sua costruzione, ponendo Atlantide in un luogo non solo lontano e inaccessibile ma anche passato, e oggi scomparso. Nei suoi due dialoghi intitolati Timeo e Crizia, dal nome dei principali oratori, appare brevemente la storia di questa mitica isola.

Nella prima parte il Timeo narra che Crizia, riunito una sera con Socrate, Timeo ed Ermocrate, ricorda quel che ascoltò mentre era un fanciullo di dieci anni, e suo nonno novantenne, di nome anch’egli Crizia, spiegava ad un uomo della sua tribù ciò che aveva appreso da Solone (famoso poeta e abile legislatore, approssimativamente 640-560 a.C., che intorno al 590 a.C. diede una costituzione democratica ad Atene). Solone viaggiò molto in Oriente, soprattutto in Egitto, dove ebbe istruttivi colloqui con alcuni saggi sacerdoti della città di Sais, sul delta del Nilo.

Discorrendo con i sacerdoti, racconta Crizia, Solone si mise a parlare di cose antiche, dei primi uomini e del Diluvio che Zeus scatenò sul mondo per punire le società corrotte. Ma i sacerdoti sorridevano, e sostennero che i Greci in storia erano come fanciulli, nel senso che giudicavano antichissimo ciò che veramente antico non era, e ricordavano un diluvio mentre nella storia ve ne erano stati molti. Spiegarono che nella storia erano ricorrenti terribili fenomeni naturali. Fuoco dal cielo, che colpisce soprattutto chi vive sulle montagne e nei luoghi aridi. Diluvi, che gonfiano i mari e i fiumi, devastando le terre costiere. Terremoti, capaci di distruggere intere civiltà.

E i sopravvissuti tornano rapidamente in misere condizioni, perdendo il ricordo delle proprie origini, poichè gli uomini difficilmente scrivono e discorrono di storia e filosofia quando è in forse il pane quotidiano. Per fortuna la valle del Nilo è particolarmente protetta da queste catastrofi, e quando il Nilo allaga non è per distruggere, e i loro templi conservano tutto ciò che essi hanno conosciuto anche del più remoto passato. I sacerdoti egizi narravano volentieri a Solone queste storie, poichè dicevano che la Dea Atena, dopo la città di Atene, aveva fondato anche la città di Sais, gemellando così i due popoli. Solone compose un manoscritto di questo racconto (Crizia afferma, nel Dialogo, di esserne in possesso), che narra “la più grande impresa” che Atene avesse mai fatto, e di cui tutto il mondo Mediterraneo doveva essergli grata.

2) Atlantide contro Atene

Crizia racconta che novemila anni prima (quindi circa nel 9500 a.C.) il mondo era molto diverso. Al di là delle Colonne d’Ercole, in quel mare ben più vasto del Mediterraneo, che si stende oltre lo stretto, sorgeva un’isola grande come Libia e Asia insieme (1), chiamata Atlantide, da cui si poteva passare ad altre isole, fino ad un enorme continente. Atlantide fu assegnata agli inizi del mondo al dio Poseidone (Nettuno). In mezzo all’isola c’era una vasta pianura, che arrivava a sud fino al mare, e che era ornata alle spalle da monti con vette altissime. Nella pianura c’era una collina; in quel luogo Poseidone giacque con una giovane donna, che era rimasta orfana, e che generò, durante cinque parti, cinque coppie di figli maschi. Quando furono abbastanza grandi, il Dio incaricò quei figli di regnare sulle sue terre, e al primo, cui diede nome Atlante, donò la parte dove sorgeva la casa materna e che era anche la terra più bella di Atlantide. Il Dio difese quel luogo, scavando tutto intorno tre cinte d’acqua, separate da due di terra, creando così un’isola dentro all’isola, e la arricchì poi con due fonti d’acqua, una calda e una fredda. La grande pianura era una terra ricca, che grazie alle piogge abbondanti e all’irrigazione poteva dare frutti due volte l’anno.

Atlantide vs Atene

In Atlantide c’erano pascoli favolosi che riuscivano a nutrire ogni tipo di bestiame, compresi gli elefanti, e vasti boschi, che fornivano abbondante legname per ogni uso. Vi si trovava anche ogni tipo di metalli, tra cui uno prezioso quasi quanto l’oro, di cui oggi si conosce solo il nome: l’oricalco. Le due fonti calda e fredda alimentarono vasche d’ogni tipo, per i re, per i concittadini, per le donne e anche per i cavalli, che disputavano gare nel loro ippodromo. I re che vi regnarono, uno dopo l’altro, abbellirono quei luoghi continuamente.

Scavarono un canale che congiungeva l’isola centrale al mare, in modo che fosse raggiungibile dalle navi. Anche la pianura fu circondata con un’enorme fossa, che raccoglieva le acque che scendevano dai monti, e una fittissima rete di altri canali divideva Atlantide in innumerevoli e popolati settori territoriali. Costruirono templi e reggie, ponti e porti. Per queste ricchezze, per quelle che affluivano dall’estero, nel corso di molte generazioni i regni accumularono enormi tesori. Il popolo di Atlantide divenne eccezionalmente numeroso, assai progredito e ricco, e dominava su tutte le isole circostanti, su parte di un enorme e lontano continente occidentale, ed anche sul mondo mediterraneo fino alla Tirrenia (Etruria) e all’Egitto.

I sovrani avevano potere di vita e di morte su tutti i sudditi, ma tra loro i rapporti erano regolati dalle leggi che Poseidone aveva imposto, per primi, ai suoi figli. Si riunivano ogni cinque o sei anni, discutendo dei loro interessi, e nei casi in cui la legge era violata diventavano giudici. Prima di giudicare però compivano un rito sacrificale, uccidendo un toro presso una colonna d’oricalco, nel Tempio, su cui le leggi erano incise. Il tempio di Poseidone era contenuto nella reggia, all’interno dell’Acropoli; di barbarica imponenza, era ricco di statue, ornato d’argento, oro, avorio e oricalco. Là erano stati concepiti i figli del Dio, e in loro ricordo ogni anno venivano offerti sacrifici.

Negli affollati porti arrivavano imbarcazioni provenienti da tutto il mondo, e ad Atlantide non mancava un grande esercito, che dislocava gli armati più fedeli fin dentro all’Acropoli. La sola provincia del re supremo, la maggiore delle dieci, poteva contare in caso di guerra su 10.000 carri, 120.000 cavalieri e altrettanti arcieri, più un gran numero di armati in vario modo (un esercito totale di oltre 1 milione di soldati), e 240.000 marinai su 1.200 navi.

I primi re, figli di Poseidone, avevano in sé una forte natura divina, sapevano gestire il potere con saggezza, e la ricchezza era per loro quasi un fardello che, inevitabilmente, cresceva grazie alla loro virtù. Ma ad ogni generazione la natura divina si mescolava con quella umana, finchè la virtù dei re si corruppe, essi degenerarono, e il desiderio di possedere il mondo intero li conquistò. Forti della loro potenza, un giorno, i re tentarono di sottomettere anche gli altri popoli mediterranei, per dominare infine anche sull’Asia.Non dimentichiamo che anche l’Atene di quel periodo, forse la vera città utopica del racconto, era però molto diversa.

Prima che il tempo ne inquinasse la purezza, la sua civiltà non aveva pari. Intorno alla città grandi pianure, più estese di oggi, fertili, grasse, sempre nutrite d’acqua, davano abbondanti provviste a tutta la popolazione. C’erano boschi e pascoli per il bestiame. Piogge e diluvi eroderanno queste terre, lasciandole oggi, a paragone, impoverite come le ossa di un corpo infermo. La città era retta da leggi sagge. La classe militare viveva separata dagli altri cittadini, senza fasti, ma con decoro; contava circa ventimila guerrieri, uomini e donne, come mai il mondo ne vide. La guerra che impegnò Atene e la Grecia, contro l’improvvisa aggressione, ha comunque del favoloso. La città arrivò a sostenere quasi da sola l’urto degli eserciti invasori.

I sacerdoti, nel loro racconto, ricordano con affetto come Atene riuscì, assai generosamente, a liberare molti popoli oppressi, respingendo il nemico nell’Oceano. Ma Zeus osservava da tempo la stirpe di Poseidone e ne era deluso. Giudicò quel mondo ormai troppo degenerato e meritevole di una tremenda punizione. Terremoti e inondazioni devastarono la Terra, fin quando, durante un giorno e una notte, Atlantide sprofondò nel mare, e inghiottito dalla terra fu anche l’esercito ateniese. L’Oceano, un tempo navigabile, divenne impraticabile e pericoloso, fino ad oggi, per le melme che lo sprofondamento aveva sollevato.

E della gloriosa Atene rischia di scomparire anche il ricordo di questa incredibile vittoria militare, la più grande impresa di tutti i tempi. Questo è il racconto che Platone trascrive per noi.

Fonte: http://www.mauriziocavini.it/Testi/Atlantide.html

Articolo: http://startbyzero.com/misteri/2011/06/atlantide-un-mondo… (1/2)
Articolo: http://startbyzero.com/misteri/2011/06/atlantide-un-mondo… (2/2)

Scrivi un tuo commento o qualche consiglio