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Opus Dei. Il segreto dei soldi. I misteri dell’omicidio Roveraro

Scritto il -   - startbyzero

Cinque anni fa veniva misteriosamente assassinato il famoso finanziere legato all’ Opus Dei, segregato e fatto a pezzi dal suo socio Filippo Botteri, a cui viene dato l’ergastolo. Il processo lascia però irrisolti alcuni inquietanti interrogativi su questa vicenda, legata agli intrighi internazionali della Chiesa. Oddo e Mincuzzi cercano di fare chiarezza.

Nell’estate del 2006 Gianmario Roveraro, famoso finanziere dell’ Opus Dei, viene ucciso e fatto a pezzi con un machete dopo essere stato rapito e segregato per due giorni. Il suo assassino è anche il suo socio: arrestato e processato, verrà condannato all’ ergastolo. Roveraro, ai tempi considerato l’ anti-Cuccia cattolico, quattro anni prima si era imbarcato in una misteriosa operazione finanziaria internazionale. Il processo ha lasciato irrisolti inquietanti interrogativi sulla natura dell’affare che Roveraro stava conducendo, anche perché i guadagni di quella operazione finanziaria erano destinati in beneficenza, probabilmente a strutture collegate all’ Opus Dei.

Partendo dai risultati dell’ inchiesta giudiziaria e indagando sulle relazioni tra i protagonisti, gli autori Angelo Mincuzzi e Giuseppe Oddo, giornalisti del Sole 24 Ore, hanno ripercorso la vita di Roveraro e i suoi rapporti d’affari, incrinando il muro che cela i meccanismi di reclutamento e finanziamento dell’Opus Dei e svelando una galassia opaca di società controllate e gestite da uomini della Prelatura. Con il rigore dell’inchiesta giornalistica e il viluppo narrativo proprio del “giallo”, il lettore viene proiettato in un viaggio all’interno di un mondo in cui tutto gira intorno al denaro e alla fede. Ecco la sintesi di alcuni capitoli del libro-inchiesta “Opus Dei – Il segreto dei soldi. Dentro i misteri dell’omicidio Roveraro”, in uscita oggi, edito da Feltrinelli.

L’ affare anglo-austriaco e l’ Opus Dei (capitolo 1)

Gianmario Roveraro, finanziere dell’Opus Dei, considerato negli anni 80 e 90 l’anti-Cuccia, quando era al vertice della Sige (la società di gestione del gruppo Imi) e della Akros (una banca d’affari che raccoglieva il gotha del capitalismo italiano), si imbarca nel 2002 in una misteriosa operazione finanziaria internazionale. Con lui ci sono un faccendiere veneto, Franco Todescato, un ex bancario, Fabio Gnudi, un ingegnere romano vicino all’Opus Dei, Giuseppe Maffei, e un giovane di Parma, Filippo Botteri, che diventa suo socio in una società inglese amministrata da un oscuro fiduciario di Lugano, Federico De Vittori. L’affare non va in porto e Botteri, ritenendo di essere stato truffato, rapisce Roveraro nell’estate 2006, lo tiene prigioniero per due giorni e lo uccide, sezionandone il corpo in sette pezzi. Botteri sarà condannato all’ergastolo insieme ai suoi due complici, ma né l’inchiesta né il processo fanno luce sulla vera natura dell’affare anglo-austriaco e non spiegano perché un finanziere del calibro di Roveraro si sia messo in affari con personaggi che avevano già precedenti con la giustizia. Secondo alcune testimonianze, Roveraro intendeva devolvere i proventi milionari dell’operazione a fondazioni o strutture legate all’Opus Dei.

43 telefonate prima della morte (capitolo 6)

Quando è ancora prigioniero di Botteri, chiuso in una vecchia costruzione in provincia di Modena, Roveraro effettua 43 telefonate utilizzando Skype con un pc messo a disposizione dal suo carnefice. Cinque chiamate sono dirette alla famiglia, cinque all’amministratrice della Alter Sim (la società di investimento mobiliare di cui Roveraro è socio e nella quale possiede i suoi risparmi) che dovrebbe sbloccare un milione di euro per il suo riscatto, e altre 33 al fiduciario De Vittori e al faccendiere veneto Franco Todescato, con i quali aveva troncato i rapporti da tempo. A De Vittori chiede addirittura di mettergli a disposizione 10 milioni di euro (poi scesi a un milione), anche se non risulta ufficialmente che il fiduciario amministrasse fondi del finanziere in Svizzera.

La telefonata misteriosa (capitolo 3)

Durante i giorni del sequestro, un uomo d’affari che Roveraro conosce da più di vent’anni, Anthony Weatherill, accende il cellulare e si accorge di aver ricevuto una chiamata dal telefono portatile di Roveraro. L’assassino del finanziere sostiene di essersi sbarazzato del cellulare di Roveraro subito dopo il rapimento. Weatherill ne parla informalmente a un suo conoscente del ministero dell’Interno, ma l’informazione non arriva all’orecchio dei magistrati di Milano.

La pista sarda (capitolo 3)

Durante i giorni del sequestro, alla procura di Milano arriva una segnalazione che potrebbe aprire un varco nelle indagini. Un pm di Nuoro invia le trascrizioni di alcune telefonate intercettate nell’ambito di un’inchiesta su complesse operazioni finanziarie in Italia e all’estero realizzate da un imprenditore sardo, azionista di un istituto di vigilanza. Nelle conversazioni, l’uomo sostiene di essersi recato un paio di volte a Milano da Roveraro, che gli doveva un milione di euro. L’ultima visita era avvenuta una settimana prima del sequestro. In un’altra telefonata con un commercialista, l’imprenditore riferisce che Roveraro doveva un milione di euro, probabilmente per effettuare un’operazione finanziaria. La pista verrà però abbandonata dai magistrati milanesi.

Incontro a Capitalia (capitolo 3)

Nonostante fosse uscito dal grande giro degli affari, Roveraro continuava tuttavia ad avere rapporti con personaggi ai più alti livelli del mondo bancario e finanziario. Qualche tempo prima di morire si sparge la notizia che il finanziere dell’Opus Dei sia andato a trovare l’amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe, che però diffonde una smentita. In realtà, all’interno dell’istituto romano è Marco Simeon a intrattenere rapporti con il mondo vicino all’Opus Dei. Simeon è stato nominato consulente per gli affari istituzionali dal presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, che gli ha affidato il controllo di fatto della filiale di Via della Conciliazione della Banca di Roma, dove la banca del Vaticano possiede dei conti. Anche Simeon smentisce di aver incontrato Roveraro, ma aggiunge che il finanziere dell’Opus Dei aveva rapporti all’interno di Capitalia.

Palermo (capitolo 9)

Nel 1998 Roveraro viene nominato liquidatore del gruppo del costruttore palermitano Vincenzo Rappa. Circa un anno prima Vincenzo Rappa e suo figlio Filippo sono stati arrestati in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia, tra i quali Angelo Siino. Il loro gruppo imprenditoriale, che comprende anche una televisione locale, scricchiola sotto i debiti. A carico di Vincenzo Rappa emergono accuse pesanti, soprattutto sui rapporti con il boss Raffaele Ganci e con le cosche Galatolo e Madonia. Rappa sarà condannato per associazione mafiosa, il figlio per estorsione aggravata. A chiamare Roveraro in Sicilia è il commercialista dei Rappa, Franco Rocca, un numerario dell’Opus Dei di Palermo. Roveraro, che si occuperà della liquidazione del gruppo per anni, non poteva non conoscere le pesanti accuse rivolte dalla magistratura ai Rappa.

Dell’Utri (capitolo 9)

Secondo la testimonianza di un ex numerario dell’Opus Dei, Marcello Dell’Utri (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) sarebbe ritratto in una vecchia foto durante un ritiro spirituale nel castello di Urio (Como) al quale potevano essere ammessi esclusivamente dei numerari. Ciò dà credito all’ipotesi che in gioventù il senatore del Pdl abbia fatto parte della cerchia interna dell’Opus Dei. Nelle carte del processo contro Dell’Utri compare anche il nome di Filippo Rappa. I due si conoscono da ragazzi e si ritrovano quando la famiglia di costruttori siciliani tratta con la Fininvest la vendita di Sicilia televisiva.

Il finanziamento dell’ Opus Dei (capitolo 10)

L’Opus Dei è una macchina che divora denaro: le fondazioni e le iniziative apostoliche che fanno capo alla Prelatura hanno continuo bisogno di soldi. È un commercialista di Bari, Pasquale Iamele, ex socio di un influente soprannumerario della città pugliese, l’avvocato Fabrizio Lombardo Pijola, a spiegare attraverso quali strade l’Opera raccoglie le risorse finanziarie. Iamele racconta di aver partecipato a riunioni e ritiri spirituali dell’Opus Dei, nei quali si parlava spesso del sostentamento economico della Prelatura, che cerca di reclutare i nuovi adepti soprattutto nelle élite del mondo delle professioni, dell’economia e della finanza, la parte più facoltosa della società.

Parmalat (capitolo 11)

Per la prima volta il nome dell’Opus Dei entra in un atto giudiziario relativo al crack della Parmalat: il riferimento è nell’indagine della magistratura svizzera. Negli interrogatori di Andrea De Grandi – un fiduciario milanese che agiva come prestanome di Luca Sala, il manager operativo della filiale italiana della Bank of America sotto processo a Parma per bancarotta e indagato per riciclaggio in Svizzera – e in quelli di Cesare Forni, avvocato di De Grandi, si cita espressamente l’Opus Dei. Sala si serviva di un alto dirigente della Banca cantonale dei Grigioni, Nino Giuralarocca, per movimentare i suoi conti bancari. De Grandi racconta che Giuralarocca fu presentato a Forni da persone legate all’Opus Dei e che Forni gli fa conoscere il banchiere dei Grigioni.

La rete di società (capitolo 12)

L’ ottantenne Pierino Lucchini, un soprannumerario della prima ora, è un personaggio sconosciuto alle cronache finanziarie ma che in realtà svolge nell’ombra un ruolo di primissimo piano nella rete di società, associazioni e fondazioni che costituiscono il vero motore dell’Opus Dei. A Lucchini fa capo la Fiduciaria Giardini, che a sede a Milano, vicino a Piazza San Babila, ed è gestita da uomini della Prelatura. Nella Fiduciaria Giardini sono custodite quote azionarie di molte società che fanno capo a personaggi dell’Opus Dei. Insieme a Roveraro, Lucchini ha costituito la società che ha poi dato vita al Campus Biomedico, la più importante struttura dell’Opera in Italia, e lo stesso Lucchini è presente direttamente o indirettamente nelle principali società e associazioni che compongono la rete che controlla il patrimonio della Prelatura.

In cima alla piramide c’è l’Iser (Istituto di studi e ricerche) che svolge la funzione di vera e propria holding di un gruppo di società: Adigi (alla quale fanno capo gli immobili dell’Opera a Milano), Rupe, Apser, Centro culturale Solferino, Cascina Cevola. Tutte queste società hanno una caratteristica comune: sono controllate da associazioni o fondazioni, che non hanno azionisti e da un punto di vista giuridico sono realtà autonome dall’Opus Dei.

Le fondazioni e le associazioni, che non hanno obbligo di redigere bilanci, danno vita a un sistema opaco attraverso il quale l’Opus Dei ha di fatto il controllo di ospedali, scuole, residenze e centri culturali. Negli anni 80, presso la Fiduciaria Giardini era domiciliata l’Immobiliare Quadrifoglio, di cui diventerà proprietario Francesco Zummo, l’ imprenditore palermitano su cui ha indagato, per i suoi legami con Vito Ciancimino, il giudice Giovanni Falcone.

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